Humorterapia: la terapia dell`umorismo

Una nuova ricerca della Palestra della scrittura sul linguaggio che allevia il tempo della malattia.
Può l’umorismo rendere più sopportabile il disagio della malattia? Può togliere forza d’urto a una cattiva notizia? Può essere d’aiuto nella cura dei pazienti? Può portare allegria in un luogo di cura, magari anche di dolore, come un ospedale?
Noi pensiamo di sì.
Hai una storia da raccontare? Unisciti a noi :-)
Alessandro Lucchini
Ricerca chiama ricerca.
Dal gruppo degli autori de Il linguaggio della salute è già partito un approfondimento del tema: una nuova inchiesta sull`uso dell`umorismo nella comunicazione medica.
È esperienza comune che un sorriso, da parte di un operatore sanitario, di un famigliare, o di chi si prende cura del malato, può essere di aiuto nell`affrontare la difficoltà. E andiamo anche al di là del sorriso: pensiamo all`umorismo in senso pirandelliano, ossia al sentimento del contrario, la capacità di vedere altre facce della realtà. E magari troviamo un vantaggio secondario, pur nella malattia; o una via d’uscita, una luce, dove pareva esserci solo buio.
Diciamo sentimento del contrario, che è diverso dall’avvertimento del contrario; quest’ultimo dà origine alla comicità, il primo all’umorismo. Se vedo una vecchia signora truccata in modo eccessivo, mi può venire da ridere (avvertimento del contrario > comicità); se però faccio intervenire la ragione, rifletto, comprendo il contesto, e penso che magari fa così per nascondere un dolore, o per compiacere il marito o la famiglia nel giorno della sua festa, lì ho il sentimento del contrario: l’umorismo.
Oltre al cogliere un rovesciamento della situazione, in cui notiamo che quello che accade è il contrario di ciò che dovrebbe essere, un ingrediente fondamentale dell’umorismo è proprio il far intervenire la riflessione, che approfondisce e dà senso alla prima fase. L’umorismo non è la risata sguaiata, non è prendere in giro le persone, anzi, è una forma di rispetto nei loro confronti. Quando la nonna, in Alzheimer definitivo, saluta il vaso di fiori dicendo «che bel bambino!», mi viene da ridere, ma so, capisco, intendo da dove nasce l’esclamazione. E non penso che la nonna sia stupida.
L’umorismo aiuta a depotenziare la portata tragica dei fatti. Naturalmente, ci sono casi in cui da rovesciare o depotenziare non c’è gran che. Ma in certi casi una vena di umorismo è salvifica.
Appena iniziata questa ricerca, sono emerse domande che avevano il sapore dell’obiezione. Esempio: può l’umorismo curare una malattia? beh, no; però può renderla più sopportabile. Può l’umorismo trasformare una cattiva notizia in buona? no; ma può toglierle forza d’urto. Può l’umorismo essere d’aiuto nella cura dei pazienti? È possibile, e utile, portare allegria in un luogo di cura, magari anche di dolore, come un ospedale?
Noi pensiamo di sì.
Certo, il medico o l’infermiere non sono clown. Non devono girare con cilindro e coniglio. Il loro lavoro è curare i malati. Ma è anche “prendersi cura” di loro. Che non significa diventarne amici o confessori, ma usare il linguaggio e il sorriso per sdrammatizzare, ridurre lo stress, disinnescare l’ansia, contenere l’angoscia.
Se si intende la malattia come una narrazione interrotta, quali sono le parole, i toni, i segnali corporei che aiutano a ricucirla? Come si può “altrimenti” dare una cattiva notizia? o trasformare la percezione di una disgrazia in quella di un tunnel da rendere almeno più vivibile, e quindi conservare la forza necessaria per uscirne? Come usare le parole per rendere più sopportabile un periodo di malattia? Come evitare che l’ospedale diventi un confino?e farne invece un luogo di umanità, di emozioni anche piacevoli?
L’esperienza di chi lavora con i malati ci ha suggerito che si può imboccare la strada sottile dell’umorismo. Strada difficile, che può generare irritazione, se mal condotta; ma può addolcire, alleggerire, rischiarare il tempo, lo spazio e le relazioni della malattia. Strada affascinante.
Da medici, infermieri, psicologi, psicoterapeuti, volontari ospedalieri, caregiver, pazienti e famigliari raccogliamo storie, esperienze e opinioni per imparare a percorrerla.
Se vuoi unirti a noi in questa ricerca, scrivi ad alessandro.lucchini@palestradellascrittura.it
Grazie