29 - 06 - 2017


Scriverediritto

Partiamo da una domanda

Every time you write, you’ll be answering some related questions: what kind of person am I on paper?

È la frase che si trova nelle prime pagine di un libro molto interessante di Bryan A. Garner, “evangelista” dell’uso del plain language nella scrittura legale nel mondo anglosassone. Ed è la frase che forse esprime meglio il pensiero che c’è sotto, davanti, dietro, prima, dopo il lavoro che stiamo conducendo sulla semplificazione della scrittura legale.

Con noi lavorano avvocati e giudici, l’Osservatorio sulla giustizia civile di Torino in testa, perché rendere più chiaro ciò che si scrive non è una moda né una decisione presa in capo a pochi votati al sacrificio.
Semplificare la scrittura di chi prepara una comparsa, un parere, una sentenza è una questione di civiltà e di rispetto: di se stessi e di coloro che ci leggono. E ci interpretano, ci studiano, ci giudicano e, sempre e comunque, si fanno un’opinione di noi e di ciò che c’è in noi.
 

Quali sono i “mali” della scrittura legale?

La scrittura legale ama le espressioni ridondanti e discorsive che ribadiscono l’ovvio e non aggiungono nulla dal punto di vista informativo; preferisce parole che non sono tecniche, ma suonano più altisonanti; impone frasi lunghissime dove l’ipotassi a oltranza regna sovrana.

È stata l’rraggiungibile professoressa Mortara Garavelli a spiegarlo per prima e meglio di tutti nel suo libro “Le parole e la giustizia”. Sua l’invenzione dell’espressione “fossili sintattici” a definire quelle assurde parole che sanno di muffa e di stantio e che, al di fuori della scrittura del diritto, nessuno più si sogna di usare.

E poi ancora: gerundi e nominalizzazioni (verbi trasformati in sostantivi) che cancellano o sbiadiscono i soggetti delle azioni; linguaggio negativo che complica la lettura e rallenta il processo di comprensione; testo privo di elementi paratestuali come neretti, sottotitoli, punti elenco utili a guidarne lettura e interpretazione.
 

Dove sta il problema?

Il problema sta nel fatto che chi legge i documenti del diritto deve fare un enorme sforzo di semplificazione per capire che cosa vogliono dire. E non parliamo solo di ignari Renzo e Lucia col cappello e i capponi in mano. Parliamo anche di giudici che devono prendere una decisione e di avvocati che dovrebbero ricorrere in appello: tutto in tempi ragionevoli.

 

L'intervento di Annamaria Anelli al convegno organizzato dalla Scuola Superiore dell’Avvocatura il 9 marzo 2012 a Firenze, in collaborazione con l'Accademia della Crusca, la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Firenze, l'Ordine degli Avvocati e la Fondazione Forense di Firenze.