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Il No positivo, step 2: sottolineare il nostro No e arrivare al Sì

di Chiara Lucchini

Nel libro Il No positivo William Ury espone molte tecniche per dire No mantenendo positiva la relazione. Avere un Piano B, disinnescare l’altro senza attaccarlo, riconoscerlo e rispettarlo, protenderci verso di lui. Sottolineare il nostro No e tuttavia arrivare al Sì.

Vedi Il No positivo, step 1: Sì! No. Sì?

Il Piano B

Dopo aver distillato i nostri interessi in un chiaro e forte proposito, è utile supportare il nostro proposito con un Piano B, una strategia pratica che orienterà i nostri interessi essenziali nel caso l’altro rifiuti di accettare il nostro No. Il Piano B è potere positivo. Potere positivo è il potere di proteggere e avvantaggiare i nostri interessi e necessità.

Rosa Parks era nata in una famiglia che faceva parte di una minoranza razziale oppressa e lavorava come aiutante di sartoria in un grande magazzino. Il vigoroso No che lanciò contro il pregiudizio razziale nella sua città mise in moto il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti.
Alla fine di una lunga giornata di lavoro nel dicembre del 1955, Rosa prese l’autobus per andare a casa. A quel tempo, in gran parte degli Stati Uniti, i neri subivano l’ingiustizia della segregazione legalizzata in tutti gli aspetti della vita sociale, compresi i mezzi pubblici. Erano trattati come cittadini di seconda classe in una società che professava l’impegno per l’eguaglianza fra esseri umani. Rosa così descrive quello che accadde: «Non mi andai a sedere nella parte anteriore del bus. Presi posto vicino a un uomo che stava dalla parte del finestrino – il primo posto della sezione concessa ai neri. Non fummo disturbati finché non raggiungemmo la terza fermata dopo quella alla quale ero salita. A quel punto salirono alcuni bianchi, e uno di loro rimase in piedi. Quando il conducente se ne accorse, si rivolse a noi neri e ci disse di far sedere il bianco. Gli altri tre si alzarono. Ma il conducente vide che io ero ancora seduta. Mi disse di alzarmi, e io dissi: “No, non voglio”. Allora lui disse: “La farò arrestare”. E io gli risposi di farlo pure. Così lui fermò il bus. Diversi neri scesero.
In un paio di minuti c’erano già due agenti. Il conducente informò la polizia che io non mi volevo alzare. L’agente mi si avvicinò e mi chiese perché non mi ero alzata, e io dissi che non pensavo di dovermi alzare. “Perché ci mandate via?” gli chiesi. E lui rispose: “Non lo so, ma la legge è legge, e lei è in arresto”. Come lo ebbe detto, io mi alzai e gli altri tre di noi lasciarono il bus insieme».
Rosa Parks venne messa in prigione. Sebbene fosse liberata su cauzione la sera stessa, il suo arresto galvanizzò la comunità nera e scatenò un boicottaggio dei bus senza precedenti: durò undici mesi e fu diretto da un giovane pastore del luogo che si chiamava Martin Luther King.
Rosa Parks possedeva i due ingredienti principali del potere positivo: un forte proposito e un pratico Piano B per sostenerlo.
Il Piano B di Rosa Parks era inteso a non punire chicchessia ma piuttosto a proteggere il Sì più profondo dietro il suo No: un Sì alla dignità e all’eguaglianza per tutti. Anche se sembrava che nella situazione del bus lei avesse oggettivamente scarso potere, aveva il potere positivo di spalleggiare il suo No e sostenere il suo Sì, e tanto bastò a innescare una rivoluzione per la dignità dell’uomo che investì tutta la nazione, anzi il mondo.

Togliere all’altro il bastone senza attaccarlo

Se la reazione dell’altro al nostro No è di attaccarci o minacciarci, il nostro primo impulso può essere di contrattaccare. Una strategia più efficace, peraltro, è neutralizzare l’impatto del suo comportamento. In altri termini, non attaccare l’altro, ma semplicemente togliere di mezzo la sua capacità di attaccarci.

Questa strategia di togliere all’altro il bastone senza attaccarlo fu usata con grande efficacia nella crisi dei missili a Cuba nel 1962.
Nel 1989 Ury ha partecipato a un incontro a Mosca che ha riunito molti dei protagonisti ancora viventi, i quali hanno ricostruito l’intera storia di ciò che veramente accadde in quei fatidici tredici giorni nei quali il futuro del mondo fu appeso a un filo.
Ury fu colpito da una lezione in modo particolare, ossia quanto vicini siamo stati alla catastrofe senza vederlo e quanto siamo stati fortunati che i rappresentanti sia americani sia sovietici siano stati così abili nei loro No.
Gli americani avevano scoperto che i sovietici avevano spedito via mare dei missili nucleari a Cuba, da dove sarebbero stati puntati sugli Stati Uniti. Il presidente Kennedy sapeva di dover dire No, ma era incerto su come fermare i sovietici senza scatenare una Terza guerra mondiale. Incaricò un gruppo dei suoi più stretti consiglieri politici e militari di elaborare un piano. Il Piano B che costoro progettarono nel caso la diplomazia non avesse funzionato fu di ordinare un attacco aereo su Cuba e di farlo seguire da un’invasione. Per i primi due giorni di trattative, non ne ebbero altri. Quel Piano B, che arrivò pericolosamente vicino alla sua applicazione, con ogni probabilità sarebbe stato disastroso. All’insaputa del governo americano dell’epoca, i sovietici avevano schierato a Cuba oltre quarantamila uomini, i cubani avevano oltre duecentoquarantamila uomini ben addestrati e pronti a combattere e, in caso di attacco americano, le forze sovietiche erano autorizzate a usare missili nucleari, alcuni dei quali erano già stati attivati.
C’erano serie probabilità che sarebbe scoppiata la guerra nucleare.
Per fortuna Robert Kennedy, i consiglieri politici e militari cercarono un Piano B più creativo: un piano che, anziché sull’attacco, fosse concentrato su come togliere di mezzo il bastone. Il piano prevedeva per Cuba una quarantena, un blocco navale che avrebbe impedito alle navi sovietiche che trasportavano i missili nucleari di arrivare a Cuba. Quella quarantena riuscì a dare risalto al No di Kennedy e a guadagnare tempo prezioso che consentì di raggiungere un accordo informale affinché i missili sovietici fossero ritirati da Cuba e quelli americani dalla Turchia. Senza quel costruttivo Piano B e l’abile diplomazia che ne conseguì, oggi potremmo anche non esserci.

Il potere sorprendente del rispetto.

La parola rispetto viene dal latino respicere, che è composto dal re-, prefisso che indica ripetizione, e spicere, che significa “guardare”. “Ri-spettare”, in altri termini, significa guardare un’altra volta ovvero, come dicono i dizionari, “osservare con attenzione”. Tale attenzione ci aiuta a vedere meglio, a riconoscere l’essere umano dietro il comportamento offensivo o la richiesta discutibile.
Uno dei nostri maggiori poteri è quello di sorprendere l’altro con un gesto di riconoscimento.

«Quello che mi prefiggo da questa visita», disse il presidente egiziano Sadat a un giornalista durante lo storico volo che lo portava a Gerusalemme nel 1977, «è che sia abbattuto il muro, il muro psicologico che si è creato tra noi e Israele». Nessuna visita avrebbe potuto essere più sorprendente per gli israeliani, perché fino a quel momento nessun leader arabo aveva mai pubblicamente riconosciuto lo Stato d’Israele e nemmeno preso atto della sua esistenza.
Nel suo discorso al parlamento israeliano, Sadat proclamò la sua richiesta che finisse l’occupazione di terre arabe da parte di Israele, proprio come aveva fatto al Cairo. Tuttavia in quel caso riconobbe apertamente l’esistenza del suo avversario: «Israele è diventato un fatto compiuto, riconosciuto dal mondo intero e dalle superpotenze. Noi vi diamo il benvenuto affinché viviate fra noi in pace e nella sicurezza». Con questo creò un clima di mutuo rispetto grazie al quale si sarebbero potuti avviare dei negoziati di pace. L’esito finale fu un trattato di pace e il completo ritiro delle truppe e degli insediamenti israeliani dalla penisola del Sinai.

Sottolineare il No

India, 1930. Un vecchio apparentemente fragile, senza una posizione né poteri ufficiali, decise di sfidare il più grande impero che il mondo avesse mai conosciuto.
La dominazione coloniale era durata quattro secoli, e doveva finire. Innumerevoli petizioni che dicevano No all’ingiustizia erano rimaste inascoltate. Era tempo di usare la forza – il Piano B – ma come? Il vecchio rimuginò a lungo sul metodo giusto. Finalmente gli venne un’idea strategica. Il dominio imperiale sull’India si appoggiava a una tassa sul sale, una tassa che anche i più poveri tra i morti di fame dovevano pagare, se volevano sopravvivere. A nessuno era permesso di farsi il sale da sé, nemmeno per il consumo personale. Il vecchio decise che avrebbe violato quella legge ingiusta scendendo fino al mare per estrarre il sale dall’acqua marina.
Quando il vecchio ebbe annunciato il suo progetto ai suoi colleghi politici, molti si chiesero se non fosse impazzito. Pensava di sfidare l’impero con una manciata di sale? Allora il vecchio mandò una lettera alle autorità imperiali, spiegando il suo No alla legge sul sale, chiedendo loro di abrogarla e annunciando quello che avrebbe fatto se loro non avessero aderito. I funzionari risero. Chi mai avrebbe prestato la benché minima attenzione a una dimostrazione del genere? Il miglior modo di rispondere, decisero, non era arrestarlo, ma lasciarlo fare e fargli fare la figura del cretino.
Il vecchio lasciò la sua casa e si mise per strada con il suo bastone da pellegrino e ottanta compagni per raggiungere il mare, che era distante circa quattrocento chilometri. Mano a mano che proseguiva nel suo viaggio, giorno dopo giorno, migliaia di persone si univano a lui. Nel momento in cui arrivò al mare e fece il sale, gli occhi di tutta l’India erano puntati su di lui, e il mondo stava a guardare. Come la notizia si sparse per l’India, centinaia di migliaia di persone cominciarono a produrre e a consumare il sale “illegale”. Ben presto le autorità imperiali decisero che, per mettere fine alla ribellione, non avevano altra scelta se non imprigionare il vecchio. Non funzionò. Nel giro di pochi mesi, le prigioni dell’India scoppiavano sotto la pressione di centomila dimostranti. Il paese arrivò a uno stallo virtuale. Le autorità imperiali non ridevano più.
Dopo qualche mese, le autorità si placarono e rilasciarono il vecchio. Con sorpresa di tutti, il viceré, il rappresentante della corona, sedette da pari a pari con un indiano e negoziò un accordo. Fu convenuto che gli abitanti delle zone costiere avrebbero potuto produrre in proprio il sale, senza tasse. Fu l’inizio della fine dell’impero.

Il vecchio era il Mahatma Gandhi. Nessuno meglio di lui conosceva il modo di emettere un No positivo. Gandhi conosceva il segreto paradossale per dire No efficacemente: un No poderoso affonda le sue radici in un profondo Sì, un Sì in favore della vita. Il sale è un genere di prima necessità, un simbolo della vita stessa. Quello che fece Gandhi fu di affermare la vita ottenendo il sale dalle acque del mare.

Agendo in questo modo, naturalmente, Gandhi attirò l’attenzione sui metodi oppressivi dell’amministrazione imperiale e su una tassazione che pesava sui più poveri tra i poveri allo scopo di sostenere quella che era forse la più ricca e la più stravagante amministrazione coloniale della Terra. La sua azione positiva fu un No forte e chiaro, compreso tanto dal popolo indiano quanto dalle autorità imperiali.
Anno dopo anno, Gandhi persistette, con pazienza e tenacia, sottolineando il suo No con potere positivo finché alla fine l’impero si ritirò.

Lo scopo non è dire No: è dire No e tuttavia arrivare al Sì

Ultimo passo del processo del No positivo. È il momento di raccogliere il frutto delle nostre fatiche. Perché lo scopo non è solo dire No. Piuttosto è dire No e tuttavia arrivare al Sì. Negoziare per il Sì è la sfida finale nel processo del dire No.

Libro della Genesi. Quando Dio confida ad Abramo la sua intenzione di distruggere le città di Sodoma e Gomorra per punire i peccati dei loro abitanti, Abramo osa dire No al programma di Dio – positivamente. «Spazzerai via l’innocente insieme con il colpevole?», chiede. Dietro il suo No, Abramo in realtà dice Sì al valore della vita umana. Abramo dà seguito al suo No con una proposta: un Sì?. «Se riesco a trovare cinquanta brave persone, distruggerai lo stesso le città?», chiede. Dio accetta la proposta di Abramo. Abramo incalza: «E se fossero quarantacinque?». Dio accetta ancora. «Quaranta? Trenta? Venti?». Alla fine Abramo negozia il numero di dieci. Per quanto, purtroppo, in definitiva non riesca a salvare le città, la lezione resta. Con un No positivo è possibile battersi per ciò che è giusto senza guastare un rapporto della massima importanza. Si può dire No anche all’essere più potente e tuttavia arrivare al Sì.

Protendetersi verso l’altro

Anche se non è sempre facile protendersi verso l’altro quando siamo ancora coinvolti nella lotta, ciò può dare ottimi risultati.

 

 

 

Nelle sue memorie, Nelson Mandela ricorda il suo primo dibattito televisivo con il presidente de Klerk, poco prima delle elezioni democratiche in Sudafrica.
«Quando il dibattito si stava avviando alla fine, mi parve di essere stato troppo aspro con l’uomo che sarebbe stato mio collega in un governo di unità nazionale». Così, nel pronunciare il suo appello finale, Mandela si protese verso il suo avversario e disse molto chiaramente alle telecamere: «Gli scambi tra il signor de Klerk e me non devono oscurare un fatto molto importante. Io penso che noi siamo un esempio luminoso per tutto il mondo di persone provenienti da diversi gruppi razziali che hanno un comune vincolo di fedeltà e di amore verso la loro patria comune… Nonostante le mie critiche al signor de Klerk», disse Mandela rivolgendosi direttamente al suo interlocutore, «lei, signore, è una delle persone sulle quali faccio affidamento. Noi affronteremo insieme i problemi di questo paese». Poi Mandela si spinse fino a prendere la mano di de Klerk e disse: «Sono fiero di prendere la sua mano perché si vada avanti».
Mandela non aveva esitato ad affrontare de Klerk in un acceso dibattito. Ma nemmeno dimenticava il più ampio contesto delle future relazioni che avrebbe avuto personalmente con de Klerk e che tutti i neri del Sudafrica avrebbero avuto con i sudafricani bianchi. Mandela non compiva verso de Klerk un gesto vuoto. Illustrava ai suoi milioni di sostenitori l’importanza di protendersi sopra le divisioni per prendere la mano degli avversari politici allo scopo di andare avanti. Malgrado il loro difficile rapporto personale, Mandela invitò de Klerk a entrare nel governo come vicepresidente, e de Klerk accettò di salvare la pace in una fase di enorme cambiamento politico e sociale. Per entrambi fu un atto politico coraggioso che contribuì notevolmente alla riuscita del delicato passaggio di potere.

Per approfondire:

Il No positivo di William Ury

Il nostro corso sul no positivo

  • Posted by Gianfranco Lucchini
  • On 5 Novembre 2018
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Tags: Chiara Lucchini, Comunicazione, Il no positivo, negoziazione