Parlare di disabilità: un vocabolario in evoluzione
di Claudia Comaschi
In questi giorni a Milano si stanno disputando le Paralimpiadi Invernali. Gli atleti gareggiano, si sfidano, vincono e perdono. Eppure, anche solo nel modo in cui raccontiamo questo evento, facciamo delle scelte. E quelle scelte contano.
Le parole non descrivono soltanto la realtà la costruiscono. Orientano l’attenzione, decidono chi è al centro e chi è ai margini, chi viene visto come protagonista e chi come eccezione.
Per secoli, le persone con disabilità sono state nominate attraverso la loro condizione medica, con termini che oggi riconosciamo come offensivi, pensiamo a storpio, deficiente, idiota, ma che all’epoca erano considerati neutri, persino tecnici.
Le parole invecchiano. E quando una parola inizia a pesare come un giudizio, è il segnale che la cultura si è mossa e che il linguaggio deve seguirla.
Lo abbiamo visto con invalido o handicappato, parole che portavano ancora l’idea di una mancanza. Lo abbiamo visto con diversamente abile, nato con buone intenzioni ma che continuava a guardare la persona attraverso la lente di ciò che sa o non sa fare, invece di vederla semplicemente come persona.
Questi cambiamenti nel linguaggio sono arrivati grazie all’attivismo, alla ricerca, a una maggiore attenzione ai diritti. Un esempio recente e concreto è la campagna Just Evolve, promossa in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo. Il messaggio è semplice e diretto: evolversi non è una concessione, è una responsabilità.
Le parole che usiamo per parlare di chi percepiamo come è diverso da noi per età, genere, etnia, condizione non sono mai neutre. Riflettono una visione del mondo. E possono cambiarla.
Non si tratta di censura, né di non poter più dire nulla. Come cantava Mercedes Sosa: Todo cambia. Cambiano i modi di vivere, di pensare, le abitudini. E cambiano anche le parole quando la cultura ha il coraggio di farlo.
Comunicare in modo inclusivo non è una questione di forma. È una scelta su che mondo vogliamo contribuire a costruire, un mondo in cui le differenze vengono accolte, non definite come mancanze.
Guardiamo gli atleti delle Paralimpiadi per quello che sono: sportivi che gareggiano. Il resto lo aggiungiamo noi, con le parole che scegliamo.
- On 16 Marzo 2026
