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Questione di etica. Perché le parole sono il nostro “tempio”.

di Lorenzo Carpanè

Le parole sono il nostro spazio sacro, da cercare e curare con attenzione. E da condividere. 
Un laboratorio alla NABA di Milano

Mettiamo insieme quei due titoli. “Le parole prime” e “La parola liberatrice”. Le prime (sembra un gioco di parole) sono quelle che Alessandro D’Avenia fa scrivere ai suoi alunni (ne parla sul “Corriere” di oggi, 8 aprile); le seconde sono quelle di Ludwig Wittgenstein (ne riferisce Donatella Di Cesare su “La lettura” di ieri, 7 aprile).
La scrittura come antidoto alla paura (D’Avenia); la parola come strumento per cogliere l’inafferrabile (Wittgenstein, riferito da Di Cesare). D’Avenia è un bravo scrittore, non credo si offenda se diciamo che la grandezza del filosofo viennese è inarrivabile. Ma è bello cogliere questa strana coincidenza temporale di due articoli che hanno al fondo un medesimo valore: la cura di sé.
Usare bene la lingua, qualunque essa sia, significa forse in primo luogo volersi bene, perché è lo strumento che ci permette di cercare ciò che ci sfugge: quel che di inafferrabile che sta dentro e fuori di noi e che è l’insieme della nostra umanità. E quindi è anche il mezzo per non essere sopraffatti dalla paura di ciò che ci sfugge.
Vale anche nella professione, non solo nella vita: il dominio della parola, saper costruire testi, saper interloquire in modo appropriato non è solo un mezzo per svolgere il proprio lavoro, ma ci offre anche la possibilità di “comprenderlo”, cioè, letteralmente, di “tenerlo dentro”, di possederlo. E “comprendere” ha a che fare con “delimitare”; o anche “circoscrivere”: scrivere attorno, appunto. È il modo quindi anche di crearci uno spazio nostro, di sicurezze. Un po’ come facevano gli antichi, quando tracciavano lo spazio sacro su cui erigere il tempio: parola questa di origine indoeuropea correlata al latino temno (tagliare) e al greco témenos (recinto sacro). Spazio che si apre alla condivisione con gli altri, nel rispetto reciproco.
Impadronirci della parola è quindi strumento che ci aiuta a costruire il nostro spazio e a condividerlo: è un luogo di incontro, da curare con molta attenzione e passione. E con etica.
Ne abbiamo parlato oggi da ospiti nel corso di “Etica della comunicazione”, laboratorio con gli studenti della Nuova Accademia di Belle Arti. Chi dice che i giovani d’oggi non sono interessati alla parola non dice il vero: il mondo è cambiato, ma la parola rimane il centro sacro della nostra rappresentazione della vita, nelle sue molteplici forme.

  • Posted by Gianfranco Lucchini
  • On 10 Aprile 2019
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Tags: etica, Lorenzo Carpanè, NABA, palestra della scritura, parole