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Attrazione verbale

di Alessandro Lucchini

Le parole sono animali sociali. Come le persone.
Hanno un cervello, un cuore, un’anima, un corpo. Si muovono, camminano, si nascondono, si rincorrono, ti fanno cucù da un angolino.E sono sociali: solo alcune vivono da sole.

La maggioranza è nata per vivere in compagnia. Si attraggono, si accoppiano, generano insiemi stravaganti, imbarazzanti, terribili, da tenersi la pancia dal ridere.

Pesca due parole
Pesca due parole: cane e armadio. Infìlaci una preposizione articolata: il cane con l’armadio. Non è già un’immagine? un racconto? magari assurdo, fantastico. C’è la potenza di una storia. E poi l’armadio del cane, il cane sull’armadio, l’armadio sul cane, il cane nell’armadio. E via.

O un sostantivo a caso: attaccapanni. Mettici davanti una lettera. Magari una S, quelle che invertono il significato. Lo staccapanni. È un personaggio: gira per i ristoranti a togliere i giacconi che gravano sui commensali; libera le camicie appiccicate sui corpi sudati. E così lo stemperino, o lo scacciavite. 

O prendi un prefisso: bis/tri, arci/ultra, anti, dis, de, semi, super, sub, mini, maxi, iper, ipo, pre, post, infra. Mettilo davanti a un nome. Un dito è una cosa: un’infradito è un’altra. Un semidirettore può essere tanto arcigno? Un minicannone fa paura? Ma va’, fa ridere. 

Facciamo il verso ai versi:
– Quel ramo del lago di Garda, che volge a mezzanotte tra tre lucchetti non collegati di tonti…
– Seguir coi gnocchi un pallone sulle piume e poi ritrovarsi a mollare
– Un dì, s’io non andrò sempre ruggendo / di lente in lente, me vedrai seduto / sulla tua Honda, o Marcel mio, bevendo / il cuor per sopportar ogni starnuto…

O prendiamo sei-sette fiabe e facciamone un’insalata.
Un giorno Cappuccetto Rosso rubò gli stivali al gatto, che se li era tolti per entrare senza far rumore nella tana dei topini di Cenerentola, ma poiché non ci camminava comoda, si distraeva, e si perse nel bosco, dove incontrò una bella ragazza che dormiva secca e non voleva saperne di svegliarsi, e fortuna che era passato di lì un bimbo spargendo briciole per riconoscere il sentiero, ma mannaggia ci avevano danzato sopra sette nanetti indemoniati…

Inventarsi quello che non c’è
Sofia, una mia compagna di scuola, è un caso da studiare del fenomeno dell’attrazione verbale. 

Già da bambina, che l’italiano fosse la sua materia preferita era assodato. A 12 anni iniziò a misurare le differenze. Le piaceva scrivere, sì, ma c’erano cose che le venivano troppo facili.

Un tema, un riassunto, l’analisi di un testo. Di un libro ricordava parola per parola i passaggi salienti. Sai l’effetto che faceva sulla prof, riassumendo un racconto, prender fiato un attimo e recitare interi paragrafi a memoria?
Fino ad abusare dei suoi mezzi. Se c’era da scrivere un tema per il giorno dopo, lei lo rimandava alla mattina, in classe; scriveva svelta sul quaderno alcune frasi: un inizio, una fine, due o tre cose che stessero in mezzo. 

Al suono «Sofia, adesso leggi il tuo» si alzava e leggeva. Inventando tutto ciò che potesse tenere insieme quegli spunti, interi pezzi o singole parole, sospensioni, congiunzioni, avverbi. Faceva anche la faccia da «Scusi un attimo professoressa, qui non capisco cos’ho scritto». Alla terza performance del genere la prof aveva inquadrato la situazione, ma si divertiva a vederla improvvisare.
Però non chiamatela più, per favore, improvvisazione. Come se fosse facile, o banale. Chiamatela attrazione verbale.

Ps: inventarsi quello che non c’è, è quello che facciamo nel nostro corso (Pre)raccontare il cambiamento.

  • Posted by Gianfranco Lucchini
  • On 17 Luglio 2013
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