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Ad se per alium

di Chiara Lucchini

Fare filosofia: interrogarsi sulle nostre parole. Un seminario con Massimo Cacciari sui concetti di relazione, lingua, identità, diversità, straniero

“Fare filosofia significa interrogarsi sulle parole che usiamo, sul loro senso”. 
La pretesa fondamentale della filosofia – spiega Cacciari – è che l’articolazione logica delle parole possa definire le cose, che vi sia corrispondenza biunivoca tra l’ordine delle parole e l’ordine delle cose.

Così il sindaco-filosofo apre la prima lezione del seminario Sul concetto di relazione: ritrovare la prossimità nella distanza.

Tra parole e cose dobbiamo sempre tener presente la distanza tra la realtà e la sua rappresentazione linguistica. Bisogna tenere insieme una rappresentazione della realtà impossibile in termini scientifici e inafferrabile dal logos e, allo stesso tempo, la sua pensabilità. Per determinare ed esprimere che cosa è A devo ricorrere a termini e attributi che non sono A: l’identità può essere espressa solo come relazione e mediazione, può essere espressa solo per altro (ad se per alium).

Tutto è processo, mediazione e relazione che giunge a compimento.
Identità è nome di relazione, non sarà mai uguaglianza; identità è processo, avviene per altro: la trama delle relazioni è l’ordito dell’esserci.
La filosofia si muove alla definizione della singolarità dell’ente attraverso altro, sforzandosi di giungere a una sapienza in grado di tollerare la contraddizione, in grado di confrontarsi e non interrompere la propria ricerca, nella consapevolezza della diversità e della relatività dei valori.
L’approssimarsi è un percorso di meraviglia e di conquista verso l’impossibile: per ottenere il possibile devo tendere all’impossibile.
Meraviglia. Conquista. Impossibile. Possibile.

Ognuno di noi – continua Cacciari – è sempre vicino a sé: questa vicinanza assoluta è difficile da comprendere: più ci avviciniamo, più capiamo la nostra distanza, l’inafferrabilità e l’inattingibilità: l’approssimarsi mostra la distanza.

Prossimità: la domanda sul prossimo ha origine evangelica e trova risposta nella parabola del buon samaritano, il diverso per etnia, lingua, cultura e religione, ma la diversità non ha valenza negativa, soprattutto se si riconosce l’altro come prossimo (in greco, la parola “straniero” ha la stessa radice della parola “ospitalità”). Con il conosci te stesso, l’oracolo chiede a Socrate l’impossibile: ciò che Socrate conosce veramente è l’ignoranza in sé: la scienza non sarà mai esaustiva, ma proprio in questo percorso realizzo la mia umana sapienza.
Nel termine verità (a-lètheia = realtà non nascosta), infatti, è compresa la latenza, l’inattingibile, l’ineffabile.

Ciò che ci fa essere quello che siamo è il logos (parola, pensiero), caratteristica del nostro essere animali viventi, il nostro essere animali politici, nella consapevolezza della necessità della convivenza.
La parola – prima e fondamentale strumento con la quale gli uomini hanno conquistato il primato e la potenza sulla terra – raccoglie e custodisce le differenze, definisce gli opposti nel loro essere distinti, nella consapevolezza che l’identità non verrà mai raggiunta.

La differenza delle diverse lingue manifesta proprio quest’impossibilità della parola di definire la cosa: comuni nel loro approssimarsi all’ente e nel loro differire, le parole manifestano l’inafferrabilità di esso.
Nello Zibaldone Giacomo Leopardi scrive che “una lingua universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente essere, di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua […] uno scheletro, un`ombra di lingua, piuttosto che lingua veramente”.

La parola non può essere universale: il logos è pòlemos (guerra, conflitto), rapporto e relazione fondamentale e originaria. Ogni parola, ogni nostro discorso mostra una distanza rispetto al proprio oggetto e alla propria idea, distanza che dobbiamo sempre percorrere: la nostra sofia (sapienza) è sempre contatto con lo straniero, contatto con l’altro.
L’incontro io-straniero è un urto, un riconoscimento reciproco, una dimensione dinamica e non statica: avvicinandomi allo straniero io mi approssimo alla mia identità facendo me stesso straniero, definendomi attraverso l’altro.
Lo straniero inquieta, fa paura.
Lo straniero è colui alla comparsa del quale io scopro il mio essere uno di molti: davanti a tale scoperta posso fuggire, ma la fuga manifesta la mia inquietudine.
Se fuggo non nego lo straniero, rispondo alla situazione in modo immaturo e debole, mostro ignoranza e impotenza: se fuggo il problema mi inseguirà, nel suo essere irrisolto.
I prigionieri della caverna platonica sono fermi, con lo sguardo fisso: quando uno di loro si allontana, tornando nella caverna, introduce la paura.
Aveva visto il sole, aveva voluto condividere con gli altri prigionieri la sua conquista meravigliosa.
Se quei prigionieri avessero avuto meno paura di vedere il sole!

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Secondo il cabarettista milanese Boris Makaresko, “Il filosofo scrive cose che non capisci, poi ti fa credere che è colpa tua”. Io non sono filosofa. Se non avete capito, vi assicuro che non era mia intenzione. Non sentitevi in colpa, per favore.

  • Posted by Bruno Cover
  • On 20 Settembre 2012
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Tags: filosofia