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Sull’arte dello scrivere e del narrare

di Chiara Lucchini

Intervista difficile, quella di George Plimpton a Ernest Hemingway nel 1954: restio a parlare di scrittura, un’occupazione privata e solitaria che ha una parte fragile, per cui sarebbe meglio evitare interferenze. Ma, anche con qualche battuta sarcastica e alcune risposte laconiche, Hemingway racconta il suo metodo di lavoro, gli autori da cui ha imparato di più, spiega quanto sia difficile (a volte sembra impossibile) scrivere, e qual è la funzione della sua arte.

Secondo lei qual è la migliore preparazione intellettuale per un aspirante scrittore?
Diciamo pure uscire di casa e impiccarsi, perché scrivere bene è quasi impossibile. Poi, se qualcuno lo stacca dalla corda, allora, per tutta la vita, il poveretto dovrebbe costringersi a scrivere al meglio. Ma almeno avrà la storia dell’impiccagione con cui cominciare.

Non parlare di scrittura

Non dev’essere stata un’intervista facile, quella di George Plimpton a Ernest Hemingway nel 1954. Alla domanda se una volta che ha cominciato a lavorare su un progetto preferisce lavorare sino alla fine, Hemingway risponde: «Il fatto che interrompa un lavoro serio per rispondere a queste domande dimostra la mia stupidità, e per questo dovrei essere punito Ma stia certo che lo sarò».
Nell’articolo Solo tre cose sullo scrivere: poche ma corpose abbiamo visto come uno dei cambiamenti avvenuti nel mondo dei libri negli ultimi venticinque anni è che gli scrittori parlano, forse anche troppo. Da questa intervista è evidente che a Hemingway non piaceva parlare del suo lavoro. Lo dice esplicitamente, o risponde in modo laconico, o si lamenta con Plimpton per le sue domande talvolta fuori luogo.

Perché non parlare di scrittura? Non la si dovrebbe violare esaminandola troppo: «perché sebbene una parte di scrittura sia solida e resistente ai discorsi, un’altra parte è fragile, e parlandone la si può incrinare o anche infrangere».

Hemingway era convinto che certe opinioni debbano restare inespresse, che continuando a tormentarlo con certe domande si sarebbe finito per farlo spaventare, togliendogli ogni parola di bocca. Così si spiega il tono stizzito di alcune risposte e la scelta di non rispondere ad alcune domande: la scrittura è un’occupazione privata e solitaria, e fino a quando il lavoro non è ultimato è meglio evitare ogni interferenza. È già abbastanza difficile scrivere libri e racconti, non parliamo doverli spiegare. E poi, nota Hemingway, significherebbe rubare il mestiere ai critici: perché interferire con il loro lavoro? I lettori leggeranno quello che vogliono, ma solo per il piacere di farlo. E se ci troveranno qualcosa, è perché l’avevano dentro di loro prima di cominciare la lettura.

Il metodo di lavoro

C’è anche un po’ di superstizione, in questo atteggiamento. E un estremo rigore nel metodo di lavoro, che potrebbe suggerire una personalità in contrasto con l’immagine di Hemingway giramondo e turbolento. Nella casa di San Francisco de Paula, nei dintorni dell’Havana, lo scrittore lavorava in camera da letto, in piedi. Quando metteva mano a qualcosa di nuovo, cominciava sempre scrivendo a matita su fogli di carta velina. Giorno dopo giorno annotava i progressi – «Per non barare» – su un ampio tabellone: le cifre sul tabellone indicavano il numero di parole prodotte ogni giorno, da 450, 575, 462, 512, fino a 1250.

Cominciava a scrivere alle prime luci dell’alba e andava avanti di solito fino a mezzogiorno. «E quando mi fermo mi sento svuotato, ma allo stesso tempo anche carico, come quando ho fatto l’amore con qualcuno che amo. Non c’è niente che mi possa ferire, niente che mi possa turbare, niente che significhi niente fino all’indomani, quando ricomincio di nuovo. Il difficile è attendere fino ad allora», spiega Hemingway.

L’ispirazione qualche volta viene a mancare, certo: ma l’importante è poter cominciare. Il resto arriva poi.
E poi si tratta sempre di riscrivere. Ogni giorno Hemingway, prima di ricominciare, rivedeva il testo fin dove era arrivato e quando aveva finito lo rileggeva interamente. Poi spesso lo rileggeva e correggeva dopo averlo battuto a macchina. L’ultima occasione sono le bozze. Ci sono un sacco di opportunità per fare le revisioni. Di Addio alle armi ha riscritto l’ultima pagina trentanove volte prima di trovare una soluzione che lo soddisfacesse: non riusciva a mettere insieme le parole come voleva.

Stabilità emotiva, sicurezza economica, salute

Plimpton: per lavorare come si deve è necessario essere emotivamente stabili? È vero, come Hemingway gli aveva detto in passato, che lui riesce a scrivere bene solo quando è innamorato?
«Ehi, che domanda! Comunque dieci e lode per averci provato. Si può scrivere solo quando la gente ti lascia in pace e non c’è nessuno che ti interrompa. O meglio, quando si è sufficientemente risoluti a farlo. Sicuramente, però, è quando si è innamorati che si dà il meglio, ma se è d’accordo non scenderei nei particolari».
Plimpton continua: e la sicurezza economica? Quando scrivere è diventato il tuo peggior vizio e il tuo piacere più grande – risponde Hemingway – allora solo la morte potrà fermarti. In questo caso la sicurezza economica è un grande vantaggio perché elimina molte preoccupazioni, e le preoccupazioni distruggono la capacità creativa. Fonte di preoccupazioni è anche la cattiva salute, che disperde le riserve di energie.

I precursori letterari

Quali sono i precursori letterari, gli autori da cui Hemingway ha imparato di più? Mark Twain, Flaubert, Stendhal, Bach, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Andrew Mavell, John Donne, Maupassant, il vecchio Kipling, Thoreau, il capitano Marryat, Shakespeare, Mozart, Quevedo, Dante, Virgilio, Tintoretto, Hieronymus Bosch, Brueghel, Patinier, Goya, Giotto, Cézanne, Van Gogh, Gauguin, San Juan de la Cruz, Gòngora – ci vorrebbe un giorno intero per citarli tutti.

«Ho fatto il nome di alcuni pittori – spiega Hemingway –, almeno avevo cominciato, perché ho imparato a scrivere più da loro che da altri scrittori. Come, chiede lei? Per spiegarglielo mi ci vorrebbe un giorno intero. Credo per esempio sia ovvio che cosa si può imparare dai compositori studiando l’armonia e il contrappunto».

Stile

Quanto lo stile di Hemingway, che è così personale, è frutto di una programmazione?
Domanda complessa e faticosa, riconosce lo scrittore: se avesse impiegato due giorni a rispondere poi avrebbe raggiunto un tale livello di autoconsapevolezza che non sarebbe più stato in grado di scrivere una riga. Una risposta, però, la dà:

«quello che talvolta si definisce “stile” spesso non sono altro che le esitazioni di chi si è cimentato con un qualcosa che non era mai stato fatto prima».

I nuovi classici si differenziano dai classici dei periodi precedenti. E, all’inizio, la gente nota solo quelle esitazioni, nient’altro. «Così quando si comincia a pensare che le esitazioni siano un nuovo stile, una marea di persone si mette a imitarlo. È davvero una brutta faccenda».

Scrivere: facile non è mai stato

Anche se la scrittura vera e propria occupa solo alcune ore al giorno, cercare di scrivere qualcosa che abbia un valore permanente comporta un impegno a tempo pieno. «Si può paragonare lo scrittore a un pozzo», afferma Hemingway. I pozzi, come gli scrittori, possono essere di vario tipo, ma l’acqua deve essere buona, e anziché svuotare il pozzo del tutto e poi aspettare che si riempia di nuovo, bisogna tirare su l’acqua un po’ per volta, con regolarità, senza prosciugare la falda.
Uno scrittore deve imparare a vedere, ascoltare, pensare, percepire e non percepire, e poi scrivere. «C’è il pozzo e c’è quel che bolle in pentola. Nessuno sa come procurarsi gli ingredienti, né come accendere il fuoco. L’unica cosa che sappiamo è se abbiamo già quella pentola o se dobbiamo aspettare che in qualche modo salti fuori».
Insomma, scrivere è difficile, e “scrivere bene è quasi impossibile”, come abbiamo visto all’inizio.

Hemingway a volte rileggeva i suoi libri: «Mi capita di rileggerli per tirarmi su: talvolta fatico a scrivere, ma poi penso che facile non è mai stato, anzi, in alcuni casi pareva addirittura impossibile».

Ferite

L’effetto delle ferite può variare molto, afferma Hemingway.

«Le ferite più lievi, quelle che non intaccano le ossa, hanno conseguenze limitate, qualche volta danno anche sicurezza. Ma quelle che danneggiano le ossa o i nervi non hanno alcun effetto positivo né sugli scrittori, né su chiunque altro».

E quanto uno scrittore deve sentirsi distaccato da un’esperienza prima di poterne scrivere? «Dipende dalle esperienze. C’è una parte di noi che è completamente distaccata sin dall’inizio, mentre un’altra parte è coinvolta fino in fondo. Non credo si possa stabilire a priori quando potremo scrivere di un certo avvenimento. Dipende dalle condizioni dell’individuo e dalla sua capacità di recupero». Di sicuro schiantarsi con un aereo in fiamme è sempre utile a un bravo scrittore: si imparano cose importanti e molto alla svelta. Ma prima di valutare se gli serviranno oppure no, bisogna vedere se quello scrittore riuscirà a sopravvivere. E sopravvivere con onore, che è una cosa difficile ma fondamentale. I più amati sono quelli che non ce la fanno perché nessuno li vede lottare strenuamente e inesorabilmente per fare le cose che pensano di dover concludere prima di morire. E poi si preferiscono quelli che muoiono giovani e per delle buone ragioni, perché risultano umani, comprensibili. La sconfitta e la codardia, anche se celata, sono molto più umane e quindi più apprezzate.

Perché scrivere?

È in questa intervista che Hemingway spiega il principio dell’iceberg: «Io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno».
Plimpton conclude l’intervista con una domanda sulla funzione dell’arte: perché alla realtà vera e propria ha preferito la rappresentazione della realtà?

«Perché sorprendersi? Con quel che ci è accaduto, quel che succede, quel che conosciamo e quel che non possiamo conoscere, inventiamo un qualcosa che non è una semplice rappresentazione ma una creazione totalmente nuova e più reale di qualsiasi cosa reale ed esistente, e se la rendiamo viva, e il risultato è buono, diventa immortale. Ecco perché ci ritroviamo a scrivere, senza altre ragioni di cui siamo consapevoli. Ma chissà quanti altri motivi ci sono e non lo sappiamo».

Questo articolo è tratto da Il principio dell’iceberg. Intervista sull’arte di scrivere e narrare

  • Posted by Gianfranco Lucchini
  • On 27 Novembre 2018
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Tags: Chiara Lucchini, di quando hemingway ha frequentato la palestra della scrittura, Hemingway, Palestra della Scrittura, scrivere e narrare