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Un passo alla volta, mettendoci la testa

Intervista a Mattia Torre, regista de La linea verticale

di Chiara Lucchini

Storia autobiografica, quella di Mattia Torre, prima raccontata in un libro e poi nella serie TV La linea verticale, andata in onda su Rai3 in otto puntate. Pur con molta satira e umorismo, ricorda che molte cose funzionano anche nel pubblico, smontando il luogo comune.
Tutto è visto dagli occhi dei pazienti. Protagonista Luigi, interpretato da Valerio Mastandrea: un uomo della cui vita privata sappiamo poco, una figura in cui tutti possiamo immedesimarci.
In tono ironico, commovente e a tratti onirico, Torre racconta la vita quotidiana di un reparto di urologia oncologica di un ospedale italiano, affrontando un tema serio come il cancro in tutta la sua complessità e allo stesso tempo con leggerezza.

 

Ahmed – Se Dio ti ha mandato la malattia c’è una ragione, amico mio, credimi.
Luigi – Va bene.
Ahmed – Devi vivere in asse, centrato, come su una linea verticale, in piedi, verticale.
Luigi – Ok, Ahmed. Ti prometto che rifletterò su quello che mi hai detto.
Ahmed – Sei un ragazzo intelligente tu. Orizzontale sei morto. Verticale sei vivo.

 

 

 

 

 

 

 

La cattiva notizia

Luigi – Questo è il campione che mi hanno chiesto di portarle dal pronto soccorso.
Medico – Sì allora, mi diceva…
Luigi – No, niente, mi sono svegliato, sono andato in bagno e ho avuto questo episodio di…
Medico – Ematuria. Sì intanto dobbiamo capire se si tratta di sangue o di altro, quindi ora facciamo un test.
Luigi – Lei è molto giovane.
Medico – Ah, eh, sì. Sono specializzato da meno di un mese.
Luigi – Complimenti. Sarà alle sue prime visite.
Medico – Ah pensi, questa è la mia prima visita.
Luigi – Questa è la sua prima visita in assoluto?
Medico – Sì.
Luigi – Auguri. Come si dice in questi casi?
Medico – È sangue. Allora se lei è d’accordo facciamo subito una cistoscopia.

Luigi (voce fuori campo)
La vita è anche questo. Un momento prima sei al lavoro, o nel traffico, o a casa tua. E un momento dopo sei sul letto di uno studio urologico.

Medico – Ecco, eccolo qui. Vede questo fiotto di sangue qui? Quello viene direttamente dall’uretere. Allora se per lei va bene facciamo subito un’ecografia.
Luigi – Ok.

Luigi – Tutto bene?
Medico – C’è qualcosa.
Luigi – Qualcosa?
Medico – C’è una massa.

(Si siedono.)

Medico – Prego. Lei ha un tumore al rene sinistro.
Luigi – Un tumore?
Medico – È grosso. È una grossa massa, lei deve essere operato subito.
Luigi – Ma io ho fatto delle analisi di routine qualche mese fa… i valori sono tutti buoni, non ho dolori, non ho problemi…
Medico – È un tumore subdolo, asintomatico.
Luigi – Posso?

Esce. Fuori lo aspettano la moglie incinta di 8 mesi e la figlia di 7 anni.

“Lei ha un tumore al rene sinistro”: la cattiva notizia è data senza giri di parole, senza cuscinetti di ammorbidimento.
“Un tumore?”, “Ma io ho fatto delle analisi di routine qualche mese fa…”. La prima reazione di Luigi è di incredulità, una delle più comuni al primo impatto con una cattiva notizia.

– L’età del medico conta per la fiducia e per la leadership?
No, non cambia nulla. Era una persona molto preparata. Anzi, ben vengano persone giovani. Poi io nella serie ho forzato un po’ la mano, perché nella scena il medico era la sua prima visita; in realtà non era proprio così, però era molto giovane.

– Qual è il ruolo dei familiari quando si riceve una cattiva notizia come quella?
Dipende tanto dalle persone, dalla notizia e da chi sono i familiari. Nel mio caso è stato fondamentale, ma io ho la fortuna di avere una moglie che è ostetrica, quindi è diciamo “nel campo” e un po’ ne sa, oltre ad avere una certa struttura emotiva, quindi mi ha molto aiutato. Credo che la figura del famigliare o dell’amico sia importante, anche se passibile di tante variabili, perché penso che ci sono persone vicine meno strutturate che paradossalmente possono complicare le situazioni.

L’ascolto

Giorno 1, 24 giugno.
Luigi ed Elena, la moglie, arrivano in ospedale.
La caposala è al telefono.

Luigi – Buongiorno.
Caposala – Dica, dica…
Luigi – Sono Luigi…
(La caposala continua a parlare al telefono.)
Caposala – Dica, dica…
Luigi – Sono qui per il ricovero. Mi hanno detto…
(Continua a parlare al telefono.)
Luigi – Sono qui per il ricovero.
Caposala – Dica, dica!
Luigi (alla moglie) – Niente, uno parla e lei parla.
Caposala (mette giù il telefono) – Ecco. Luigi. So tutto di te. Hai fatto la visita dal cardiologo? Sei andato dall’anestesista? Hai fatto le analisi?
Elena – Abbiamo fatto tutto.
Caposala – Il tuo letto è il 205. La stanza è questa. Adesso vi ci accompagno.

– Qui la caposala mostra, inizialmente, uno scarso ascolto, anche se poi ha ben presente chi è Luigi. Nella tua esperienza com’è la capacità di ascolto dei medici e degli altri operatori sanitari?
L’ascolto è abbastanza scarso. Anche se io cercavo un po’ di immedesimarmi in loro e nel loro lavoro: sono persone che hanno una quantità di input ogni giorno che si ripetono migliaia di volte, e quindi è difficile prestare la giusta attenzione a ogni paziente ogni volta.
E in più parliamo di strutture che spesso sono carenti di personale, e anche questo è un fattore fondamentale: se queste strutture fossero a pieno regime, il livello di ascolto forse sarebbe differente. Quando in pochi ci si deve occupare di tante persone e di tante cose, il livello di ascolto è la prima cosa che decade.

Poi c’è anche una questione culturale, cioè il fatto che non sono sufficientemente formati sull’importanza dell’ascolto. Io nella serie scherzo molto sul bisogno, sulla necessità del paziente di aggrapparsi a qualche informazione in più. Anche qui la situazione cambia da persona a persona: ho incontrato medici molto pazienti e in ascolto anche in situazioni estreme, e medici antipaticissimi e completamente sordi alle esigenze dei pazienti anche quando avevano tempo e modo per farlo.

Perché non mi dice niente?

Dottor Policari – Allora questo è il consenso informato, ossia un foglio con tutti i pericoli che corre subendo l’intervento, la cui responsabilità ti assumi interamente, in modo che i medici lavorino con la fantasia che credono. La fantasia è importante. Bisogna dargli la fantasia al dottore, perché se no poi lui si deprime e non riesce più a lavorare bene.
Luigi – Lei opera?
Dottor Policari – No, io non opero più da molti anni. A me piace molto la musica.
(…)
Si lasci dare un consiglio che magari le suonerà un po’ paradossale: non lo legga il consenso informato, se lo lasci leggere da qualcuno vicino, poi lo firma e me lo fa avere.
Elena – Lo leggo io, non c’è problema.

(Policari esce dalla stanza, Elena lo segue.)
Elena – Dottor Policari… Dottore… Dottore, mi scusi, può dirmi qualcosa di più preciso sull’intervento che deve fare Luigi?
(…)
Elena – E dalla tac quanto è grave la situazione, secondo lei, dottore?
Policari – Gliel’ho detto, poteva essere anche peggio.
Elena – Ma non è condannato a morte, vero?
Policari – Tutti siamo condannati a morte.
Elena – Sì ma lui è forte, può uscire da questa situazione, no?
Policari – Un passo alla volta. Adesso vediamo come va l’intervento.
Elena – Perché non mi dice niente?
Policari – Perché io non so niente.
Elena – Ma Zamagna è bravo, vero?
Policari – Zamagna è un drago.

– Nel dialogo tra il dottor Policari ed Elena, il medico tende a non rispondere. Forse a volte i pazienti o i loro familiari, in quella fase, vogliono avere certezze del tipo “ma guarirò?”, “uscirò da questa situazione?”, ed è giusto che il medico non si sbilanci per non dare false speranze? O siamo nel campo della cattiva comunicazione?
No, secondo me qui non siamo nel campo della cattiva comunicazione. Quella scena mi piace perché nasconde un paradosso: abbiamo un medico che sembra elusivo e sfuggente, e in realtà lui ha ragione. Lui dice delle cose sagge. C’è un doppio registro: da una parte può trapelare l’indifferenza, ma in realtà lui dice la verità, cioè che sono cose che non si possono sapere, che sarebbe sbagliato nella sua posizione fare pronostici. “Perché io non so niente” è un po’ una forzatura: la medicina è sempre un tentativo di fare qualcosa.

Il principio dell’aleatorietà

(Luigi, voce fuori campo)
L’aleatorietà. Quando ti ammali e quindi sei spaventato, ti aspetteresti una sola voce sul tuo stato di salute. E invece in medicina, come in molte altre discipline umane, vige il principio dell’aleatorietà: la tua patologia è diversa a seconda del medico con cui parli.

Medico 1 – Ma guarda, oggigiorno il tumore è una patologia che si cura come molte altre. La moderna chemioterapia equivale agli antibiotici di un tempo.
Medico 2 – Lei deve sapere che questo è solo l’inizio di un lungo percorso: questo tumore lo dovrà inseguire per tutta la vita.
Medico 3 – Non si può dire nulla, facciamo un passo alla volta. Il tumore potrebbe comportarsi in moltissimi modi diversi, è inutile fare scenari: lei potrebbe avere pochi mesi, o moltissimi anni di vita.
Medico 4 – Ha il 20% di possibilità di farcela, dipende tutto dalla testa.

(Luigi, voce fuori campo)
E anche gli interventi sono diversi a seconda del chirurgo con cui parli.

Medico 5 – Io la opero, ma lei deve conoscere i rischi di questo intervento. Ha capito? È ad altissimo rischio emorragia. Lei deve sapere tutto, e io le dico tutto.
Medico 6 – È un bell’intervento, per un chirurgo questo è un intervento molto interessante. Anche divertente. Una figata.
Medico 7 – Sono sempre sincero. Odio quelli che dicono “Andrà tutto bene”, quelli che prendono per il culo i pazienti. No no, lei lo deve sapere: lei può morire, eh. Lei può morire.

Zamagna – Non ti devi preoccupare, Luigi. Io ti opero, ti tolgo tutto quello che c’è da togliere. Devi stare tranquillo, ci penso io a te.

– Che cosa provoca questa situazione nel paziente? Se sei fortunato, arriva il professor Zamagna che ti dice “Non ti devi preoccupare, Luigi… ci penso io a te”. Altrimenti il paziente come può districarsi tra tutte queste voci diverse?
È complicatissimo. Quello è tutto vero, io l’ho vissuto prima di trovare il Professore che mi ha operato. Ho fatto un tour di urologi oncologici a Roma, ne ho incontrati cinque o sei, e avevano tutti una postura, un atteggiamento e un’idea diversa dell’intervento e di quello che sarebbe successo dopo. C’era quello che minimizzava la cosa, c’era quello molto cupo che mi ha messo delle paranoie incredibili perché mi profilava degli scenari apocalittici… E lì è veramente molto molto difficile.

La resilienza

Elena – Sei bravissimo, lo sai?
Luigi – Sì?
Elena – Sì. Lo sai che cos’è la resilienza?
Luigi – Una roba di metalli? Che si piegano ma non si spezzano?
Elena – Sì. Però ha anche un altro significato. È la capacità di reagire in maniera positiva alle cose brutte, agli eventi traumatici. È la capacità di riorganizzare la propria vita davanti alle difficoltà. Qualsiasi esse siano. E di ricostruirsi.
Luigi – Bello.
Elena – Tu sei resiliente, Luigi. Perché fronteggi le contrarietà. Rimani positivo, e ottieni sempre tutto quello che vuoi. Ricordatelo.
Luigi – Va bene.

– Resilienza: termine molto in voga negli ultimi anni. Ti sentivi resiliente quando hai affrontato la malattia? Che cosa ha significato raccontarla in una serie tv?
Io prima ero una persona ansiosa, ipocondriaca e con l’ossessione della morte. Quando mi è successa questa cosa ho risolto tutti questi problemi immaginari. La malattia era il nemico, questo fantasma che io temevo da tanto tempo, che si palesava. Era lui. In qualche modo diventava una lotta molto chiara. C’era lui e c’ero io. E quindi tutto il resto si è risolto da sé. Non sono più stato ipocondriaco. Ho avuto un atteggiamento a tutta a questa vicenda, all’intervento e alle cure, che non avrei mai avuto in passato. Era tutto molto più chiaro: vedevo il nemico in faccia e non c’era altro. C’era la realtà di quella cosa lì.
Poi il racconto nella serie è stato qualcosa di molto doloroso. Mi sono richiuso in un ospedale, sono stato per altri due mesi in un reparto che ho ricostruito esattamente com’era quello originale. È stata un’esperienza forte e spero positiva, perché lo capirò poi negli anni. Però in qualche modo quella cosa è entrata in una casella e l’ho immortalata in quel modo lì.

Il giro visite: la teatralità

(Luigi, voce fuori campo)
La teatralità. Il modo in cui il medico entra nelle stanze per il giro visite ha qualcosa di teatrale.
In primo luogo, ciò che vuole comunicare è che le cose che a lui interessano sono fuori da quella stanza.
Ascolterà il paziente per un tempo molto breve. Il paziente lo sa, e va in confusione.

Medico – Mi dica.
Luigi – No è che ho un dolore che va e viene… più o meno lì…
Medico – Sì, sì. Va beh, va beh.

(Luigi, voce fuori campo)
Il medico guarda con fastidio e sembra dire: “stai sprecando il mio tempo, dimmi che vuoi”.
Il paziente riesce finalmente a balbettare la sua domanda, che spesso è una non domanda.

Luigi – Questo dolore… quindi?

(Luigi, voce fuori campo)
Il medico sa di avere a disposizione pochi secondi per rispondere. Non deve dare vita a una conversazione. La deve chiudere.

Medico – Ma quello… è normale, con l’intervento che ha fatto. Quelli sono i vasi, no? Col tempo, col tempo passa tutto.

(Luigi, voce fuori campo)
E va via dalla stanza. Anche quella è una tecnica, che richiede anni di esperienza e di esercizi a casa. La falcata decisa per uscire dalla stanza in meno di due secondi senza dare l’impressione di scappare.

Luigi – Dottore… può venire un attimo, mi scusi?

(Luigi, voce fuori campo)
Ora il paziente ha effettivamente diritto a un’altra delucidazione. Ma il medico fa molto pesare di tornare indietro, concede solo pochissimi secondi.

Luigi – Non è che si potrebbe provare un altro antidolorifico?

(Luigi, voce fuori campo)
E allora il medico deve dare la sua ultima tombale risposta. Ne ha in repertorio due o tre.

Risposta 1 – Vediamo, vediamo. Mi faccia sapere domani.
Risposta 2 – Aspettiamo i risultati delle analisi.
Risposta 3 – Sentiamo anche che dice il dottor cavefeccccc….

(Luigi, voce fuori campo)
E poi un’altra decisiva falcata. E ormai il medico è via, per sempre.
Il paziente rimane con gli stessi dubbi di prima, ma ora ai dubbi si sommano confusione e frustrazione.

– Situazione tipica di ogni reparto ospedaliero, trattata con umorismo: molto umorismo in tutta la serie. Quanto ti è servito questo strumento nel raccontare la storia?
Fondamentale. Io lo faccio sempre. Ho sempre cercato di raccontare qualcosa di serio attraverso la commedia. Anche Boris a mio giudizio è un documentario dell’orrore, raccontato però con il cazzeggio, l’umorismo, l’ironia, talvolta la comicità più sfrenata.

E in questo caso a maggior ragione perché avevo molta paura del racconto ricattatorio, melodrammatico, pesante. Quindi era molto importante sdrammatizzare. Peraltro non è stata neanche una forzatura, perché in quel reparto, in quel periodo, io mi sono anche divertito. È venuto in maniera molto naturale. Il motivo per cui La linea verticale è andata così bene è che è un racconto autentico. E sia nel dramma sia nella comicità non c’è mai cinismo. Non è mai forzato e non è mai finto. Sarebbe stato grave, trattando un tema così serio.

– La risposta standard dei medici è “Allora quelli sono i vasi”. Dicono così perché non sanno più neanche loro cosa dire?
No, io penso che poi sia vero, perché poi molte cose sono veramente dovute ai vasi sanguigni, al post-operatorio. Però è buffo, perché diventa una formula, e loro non ne erano affatto consapevoli. Io ho avuto delle crisi di ridarella, insieme al mio amico con cui condividevo la stanza: prevedevamo le frasi dei medici e quando le sentivamo dovevamo trattenerci come a scuola. Poi io nella serie l’ho un po’ forzata, ma è veramente una cosa che abbiamo sentito molte volte.

Le regole non scritte

(Luigi, voce fuori campo)
In ospedale ci sono regole non scritte che vanno rispettate. Una delle regole non scritte è che una porta chiusa non va mai aperta. Se la porta è chiusa, bussi e aspetti. Una porta chiusa non la puoi aprire, perché dietro chissà cosa sta facendo il personale medico, che non va disturbato per nessuna ragione.
Nel tempo, alcuni hanno avuto l’ardire di infrangere questa regola.

Mi dia solo buone notizie

Medico – Buongiorno. Luigi. Giusto?
Luigi – Sì.
Medico – È lei il paziente del 205?
Luigi – Sono io, sì.
Medico – Sono la dottoressa Minà, ho qui il risultato del suo esame istologico.
Luigi – Mi dia solo buone notizie.
Medico – Vuole che ripassi più tardi?
Luigi – No, no. No.
Medico – Vuole che le dica ora o preferisce aspettare la presenza di qualcuno, un familiare?
Luigi – Perché dice così?
Medico – Perché alcuni preferiscono così.
Luigi – No, no no. Mi dica tutto.
Medico – Dunque. Esistono vari tipi di tumore al rene. Alcuni sono più subdoli, più insidiosi…

(Musica)

Luigi – È una cosa positiva?
Medico – Sì, è una cosa positiva. Certo, Luigi, ci sarà da combattere. Ma abbiamo dei farmaci, e altri nuovi ne stanno uscendo, con cui potremo fronteggiare la malattia.
Luigi – Lo devo dire a mia moglie. Mia moglie lo sa?
Medico – Io ho parlato soltanto con lei.
Luigi – Con lei? Elena?
Medico – Con lei… te.
Luigi – Ok. Io ho una figlia piccola e un altro sta arrivando. Pensa che è possibile uscire da questa situazione?
Medico – Dobbiamo fare un passo alla volta.
Luigi – Mettendoci la testa.
Medico – Esatto. La testa.
Luigi – Però ce la posso fare, no?
Medico – Sarà un percorso lungo. Facciamo un passo alla volta.
Luigi – Però è una cosa bella, no? Cioè che è un tumore che si può combattere con i farmaci. Va bene, no?
Medico – Sì, di questo può essere certo. È un bene.

Qui c’è l’attesa della notizia, non si sa se sarà buona o cattiva. È una cosa positiva, però ci sarà da combattere: facendo un passo alla volta, e mettendoci la testa. Come ripetono tutti in quell’ospedale. Come Luigi sta imparando.

Metterci la testa

Luigi – Metterci la testa non si sa che vuol dire. Mettere la testa per guarire: che significa? Significa concentrarsi? Significa restare calmi? Oppure significa cambiare totalmente vita? Ma in che direzione? Significa diventare vegano, fare nuoto, oppure andare avanti facendo finta di niente, come se la malattia non esistesse?
Io non lo so. Però so che voglio uscire di qui per godermi i minuscoli pezzi di vita. Potrei elencarli, come in quella bellissima poesia di Borges: “Per il mare che è un deserto risplendente, per il mattino che ci procura l’illusione di un principio, per il coraggio e la felicità degli altri, per le alte torri di San Francisco e di Manhattan, per le strisce della tigre, e per lo splendore del fuoco, che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico”. Ma tutte queste cose tu le sai. È per questo che voglio uscire di qui. Io voglio uscire e andare a conquistarmi con tutte le forze quello che c’è là fuori.
Riccardo – Pure io.

– Hai capito alla fine cosa vuol dire “metterci la testa”?
Sì, in qualche modo sì. Poi è molto personale e non esistono ricette. Si tratta capire qual è la propria idea di felicità. C’è quello a cui fa bene fare una dieta, quello a cui fa bene fare un’altra cosa, quello che crede che rimuovendo tutto starà meglio. Ognuno trova un proprio equilibrio e in qualche modo può fare pace con la malattia. La ricetta non c’è: sei tu che devi stare dentro alla tua vita, cercando di fare le cose che ti rendono felice, come ogni essere umano. Quindi metterci la testa è un concetto da una parte imprendibile e da un’altra molto intimo e personale. È una ricerca continua. Credo significhi innanzitutto non lasciarsi andare alla paura, non lasciarsi andare alla depressione, e capire che la vita è talmente imprevedibile: ci sono persone in perfetta forma che finiscono sotto a un tram e pazienti terminali che campano vent’anni. È tutto talmente imprevedibile e aleatorio che è inutile decidere nella propria testa che una cosa è una tragedia prima che lo sia veramente.

In ospedale ti poteva sempre andare peggio

(Luigi, voce fuori campo)
In ospedale ti poteva sempre andare peggio, qualsiasi cosa tu abbia.

Luigi – Ho un tumore al rene.
Medico – Sì, ma i reni sono due, e l’altro sta bene.
Luigi – Mi hanno tolto la milza.
Medico – A un paziente l’altro giorno hanno tolto un polmone.
Luigi – Mi sento male, ho la nausea, non mi reggo in piedi.
Medico – Potevi essere in coma.
Luigi – Sono in coma.
Medico – Ti è andata bene. Potevi essere morto.
Luigi – Sono morto.
Medico – Sì, ma nel tuo paese non c’è la guerra.
Luigi – C’è la guerra nel mio paese.
Medico – Ma molti dei tuoi amici e familiari ancora non sono stati bombardati.
Luigi – Ho un tumore al rene, non mi sento bene, nel mio paese c’è la guerra e parenti e amici sono tutti morti.
Medico – Sì. Ma oggi c’è il sole.

– Che reazione provoca questa frase? Rabbia? O altro?
Sì, a me faceva molto incazzare. È chiaro che ti poteva andare peggio, ma poteva pure andare meglio. Come quando fai un incidente: d’accordo, magari ti poteva andare peggio, ma magari potevi non farlo proprio. Però anche quella è una forma di relativizzazione che ti rende consapevole della tua fortuna e del fatto che sei ancora vivo. Alla fine mi piaceva che il protagonista avesse una reazione violenta. Ma perché? Perché lui esce sconfitto da quel dialogo, perché il medico ha ragione.

Questo tumore mi ha salvato la vita

(Luigi, voce fuori campo)
Io sono contento di stare qui. Prima di ammalarmi mi ritenevo indistruttibile, ma se devo essere sincero la mia vita non girava bene. Se mi fossi ascoltato di più, avrei sentito che qualcosa non andava. La malattia è arrivata in maniera esplosiva, deflagrante, ha cambiato tutto. E anche se è difficile ammetterlo, ha cambiato tutto in meglio. Mi ha aperto gli occhi, la testa, il cuore. Ora ho nuovi desideri: voglio essere centrato, voglio stare in piedi, voglio vivere in asse su una linea verticale. Non voglio avere paura, perché la paura ti mangia e non serve a niente. Voglio pagare le tasse con gioia, perché un ospedale pubblico mi ha salvato la vita senza chiedermi nulla in cambio. Voglio guardarmi intorno, e vivere tutto quello che è possibile con generosità e vitalità. Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz’altro morto.

– “Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz’altro morto.” Affermazione forte: cosa significa?

Questa è una frase che a me un po’ spaventava perché è piuttosto forte e pensavo a tutte le persone che hanno vissuto questa malattia. Invece ho visto che è stata capita e accolta. È un paradosso a cui arriva Luigi ed è l’estrema sintesi di quello che dicevo prima: lui arriva a capire quanto la malattia lo renda più forte, consapevole e centrato. È forse un po’ una forzatura, che però mi piace molto.
La malattia è una crisi. E ogni crisi alla fine porta con sé – o può portare con sé – degli elementi edificanti positivi, degli elementi di riscatto.

Un passo alla volta

Giorno 18, 11 luglio.
Luigi ed Elena escono dall’ospedale.

(Luigi, voce fuori campo)
Quando ho saputo di avere un tumore, quando mi hanno dato quella notizia, sono morto all’istante. E poi da quel momento ogni minuto trascorso, ogni ora, giorno, mese, è stato sorprendente e inaspettato. È stato un regalo. Un dono. Come un morto a cui si dice: “Puoi vivere ancora. Non si sa quanto. Ma puoi vivere ancora. Basta fare un passo alla volta.”

– Quindi è vero che basta fare un passo alla volta?

Fare un passo alla volta vuol dire vivere il presente, non stare a casa a pensare al futuro quando non hai nessun elemento per conoscerlo. Anche questa è una cosa molto vera: bisogna vivere il presente, il più possibile.

La linea verticale è disponibile su raiplay a questo link.

  • Posted by Gianfranco Lucchini
  • On 18 Dicembre 2018
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